Master in Criminologia applicata e Psicologia giuridica Anno 2004/2005
"L'educazione che produce felicità"
Relazione sul tirocinio di Latronico Irene
effettuato presso
l'Istituto penitenziario Minorile "Casal del marmo"
in Roma.

L'esperienza breve ma intensa che ho avuto modo di effettuare all'Istituto Penale Minorile "Casal del Marmo" di Roma, è il frutto del tirocinio svolto al termine del Master in criminologia applicata e psicologia giuridica tenuto dall' Associazione Elios.
L'Istituto rimane un po' distante rispetto al centro della città; la struttura è costituita da un vecchio casale e al suo interno dispone di un ampio cortile che divide la parte amministrativa dalle cosiddette "celle".
Dispone di numerosi spazi verdi che i ragazzi reclusi sfruttano per l'ora d'aria o per l'attuale torneo di calcetto. Lo starnazzare di galli e galline ti fa dimenticare, per un attimo, che si tratta di un Istituto penitenziario per minori.

 

Gli utenti.
L'Istituto ospita all'incirca 21/23 ragazze tutte zingare e extracomunitarie e una cinquantina di ragazzi, dei quali solo il 30% è di nazionalità italiana. Il ritratto del giovane immigrato all'interno del carcere è quello di un adolescente irregolare e clandestino, arrivato in Italia da solo o con un adulto non sempre identificabile.
I ragazzi stranieri che arrivano nell'area penale commettono reati meno gravi dei minori devianti italiani, ma con un tasso più elevato di recidiva; in genere, non presentano forme di problematicità e di disagio personale e spesso commettono reati legati alla sopravvivenza.
La frequenza di reato da parte di ragazzi zingari è circa settanta volte superiore a quella dei minori italiani: mentre un adolescente italiano adatta comportamenti antisociali spesso in contrapposizione alle norme e ai valori che regolano la vita sociale, nella maggior parte dei casi, il ragazzo rom non si contrappone alle regole del suo gruppo sociale, ma agisce in sintonia con i suoi valori.
Lo stesso "sistema sociale zingaro" non considera deviante il minore che ruba ai gagè (termine rom usato per indicare persone che non sono zingare) per il sostentamento proprio e della famiglia. Fino a qualche tempo fa il nomadismo di queste genti favoriva lo sfruttamento delle terre e la sottrazione dei beni era davvero utilizzata all'interno dei nuclei familiari per favorire la sopravvivenza, ora invece sempre più famiglie scelgono la vita stanziale e il furto sembra aver assunto per i giovani zingari significati differenti. La refurtiva ormai solo in pochi casi è offerta alla famiglia, sempre più spesso è utilizzata dagli stessi giovani per divertimenti vari e ancor più per acquisire un'identità sociale simile ai ragazzi del posto, attraverso capi d'abbigliamento e altri oggetti di tendenza.
Anche all'interno dello stesso carcere vi sono ragazzi rom, appartenenti a famiglie ormai stabili sul territorio nazionale, che mantengono una loro cultura zingara e che attraverso le loro attività illegali sono riusciti ad accumulare ingenti fonti di ricchezze.
All'inizio, ho fatto un po' fatica a distinguere il ragazzo rom da quello italiano perché l'omologazione di comportamento e di stile in carcere li rende, a primo impatto, tutti uguali. In seguito, il ricorso ai rispettivi dialetti e soprattutto la lingua rom, incomprensibile a noi gagè, ha sciolto ogni dubbio. D'altro canto, com'è noto, il ricorso al gergo o al dialetto della subcultura è una esplicita ricerca di autoaffermazione anche per il ragazzo italiano.

 

I Muri di Pace.
"Un muro è spesso solo un confine: dipinto diviene un muro d'autore e spesso racconta una storia......"
Il progetto "Muri di Pace", ideato dall'Associazione Elios, si struttura su tre laboratori (rap, hip hop, murales), scelti perché fortemente rappresentativi del mondo dei giovani e, soprattutto, voci delle subculture in tutto il mondo.
Esso prende spunto dalla pedagogia innovativa del pedagogista Tsunesaburo Makiguchi e, più specificatamente, dal suo scritto "L'educazione creativa".
Makiguchi, essendo un convinto assertore dell'umanesimo e della dignità della vita, affermava che il compito dell'educazione fosse quello di formare cittadini pensanti e non sudditi obbedienti; suggerì la felicità come finalità essenziale di tutti i progetti educativi.
La felicità alla quale fa riferimento il pedagogista è il ritratto di uno stato d'animo inteso come esito collaterale al processo di creazione di valore; i contenuti dell'insegnamento e soprattutto le esperienze educative non interessano in quanto vere, universali o moralmente coerenti, ma sono educative nella misura in cui consentono di creare valore a partire da essi.
L'educazione quindi è vista come un compito generale che deve produrre felicità.
Lo scopo che muove il progetto è, dunque, quello di educare questi ragazzi con attività di gruppo, che permettono loro di lavorare per cercare di tirare fuori qualcosa che li rappresenti, attraverso un coinvolgimento che consenta di far lasciare alle spalle, anche solo per un attimo, gli opprimenti pensieri che li accompagnano quotidianamente.

Ogni laboratorio viene gestito da una psicologa, che svolge il ruolo di gestione e di contenimento, e da un esperto del campo.
I ragazzi sono stati messi a conoscenza del progetto dai loro educatori ed hanno potuto liberamente iscriversi al laboratorio o decidere di non seguirne nessuno; ognuno poteva lasciare il laboratorio qualora avesse perso interesse.
Unica regola da osservare: lavorare.

 

Laboratorio di Murales
Io sono forte
come il rosso è forte come quando vado a rubare
il giallo è come quando sono felice
il verde è come quando scappo
il nero è il mio incubo peggiore
il blu è come quando dicesti ti amo sempre di più.

Anche se i ragazzi di Casal del Marmo non hanno fatto uso dei colori su citati, cito questa poesia, scritta anch'essa da un ragazzo detenuto, per raccontare l'esperienza con il laboratorio di murales.
Il writing nacque alla fine degli anni '60 a New York nei ghetti degradati del Bronx, di Brooklyn e di Manhattan, dove i giovani neri ed ispanici cominciarono a ricoprire i muri della città con le loro tags, indicanti i loro soprannomi o i loro nomi d'arte.
Obiettivo primario del laboratorio era quello di porre più firme possibili nel maggior numero di posti, adottando uno stile semplice ma costante per far si che la tag risultasse sempre facilmente riconoscibile. Il gruppo era costituito da 6/8 ragazzi, che a parte qualche momento di distrazione, tipica dei ragazzi reclusi, ha saputo lavorar bene e ottenere ottimi risultati.
Il laboratorio è iniziato con alcune lezioni teoriche, che hanno permesso ai ragazzi di possedere le tecniche giuste da mettere in pratica per concepire dei murales sulle mura di un cortile dove trascorrono l'ora d'aria.
Giunti davanti alle pareti dell'area concessa al laboratorio per i murales, i ragazzi hanno dovuto imbiancare ognuno il proprio quadrato per poter cancellare le scritte sottostanti e concepire la loro opera d'arte: i ragazzi che erano stati attenti alle preziose informazioni dell'insegnante non hanno avuto alcuna difficoltà mentre, quelli che in classe si erano mostrati svogliati, lo sono rimasti anche davanti ad un muro sul quale dovevano riportare qualcosa di loro.
È proprio questo il laboratorio che ho avuto modo di seguire di più; ho avuto quindi più tempo per conoscere i ragazzi e il loro comportamento: i rom dimostravano l'intolleranza all'attività, anche se divertente e coinvolgente. Visibile sulla pelle dei ragazzi i segni dell'autolesionismo; quasi tutti i ragazzi avevano le braccia ricoperte da tagli che si procurano con qualsiasi mezzo lasci loro un segno. " Nel deserto delle parole, la pelle del detenuto è il luogo che raccoglie le tracce della propria storia, cicatrici, tagli, disegni tatuati, narrano il malessere e la sofferenza di un uomo..." L'autolesionismo è una pratica molto diffusa tra i giovani detenuti, ragazzi e ragazze, che cercano così di far uscire attraverso il dolore procurato dal taglio tutta la rabbia, la tristezza, la malinconia che li opprime.
E chi sa che quei tagli non siano anche una richiesta d'aiuto, un volersi far vedere, un urlare "sto soffrendo" o, per qualcuno, un sfogare su se stessi quella voglia di cancellare il reato commesso quasi a voler chiedere scusa.
Altri "segni" evidenti sono gli innumerevoli tatuaggi che, nell'era del tatuaggio colorato e preciso, impresso dai vari esperti, risultano imprecisi denotando mezzi impropri e poco sicuri, con colori sbiaditi. Veri e propri marchi una volta giunto il momento di uscire.
È con loro che ho avuto modo di scambiare più sorrisi; è sul passato di alcuni di questi giovani ragazzi italiani che mi sono fatta più domande.

 

Laboratorio di Hip Hop
Le ragazze che frequentavano il corso di hip hop erano tutte rom appartenenti a diversi campi o a diverse fazioni ma ben affiatate tra loro, arrivavano al corso con i volti già stanchi anche se si erano alzate da meno di un'ora.
La prima cosa che catturava la loro attenzione era il grande specchio della stanza dove si svolgeva il laboratorio. Davanti allo specchio si scioglievano i capelli, esaminavano i loro volti. Tutte controllavano eventuali dimagramenti e si sistemavano a puntino perché il sabato, giorno del laboratorio, coincideva per molte con quello dei colloqui.
Il gruppo delle ragazze, all'inizio numeroso (8 ragazze), alla fine del tirocinio, per le rapide scarcerazioni, si è dimezzato.
Iniziavano le due ore di laboratorio e c'era sempre qualcuna di loro che aveva mal di testa, mal di piedi, mal di schiena, o non poteva ballare a causa della gonna, che si era dovuta mettere per forza, perché avendo il colloquio i familiari dovevano vederla con la gonna lunga, come impone la religione. Ma appena l'insegnante, dopo aver ripassato i passi della lezione precedente, dava inizio alla musica, sui loro volti scompariva ogni sorta di stanchezza per dar spazio a sorrisi, mentre gonne lunghe lasciavano miracolosamente il posto a pantaloni più comodi.
La durata breve del laboratorio e le frequenti uscite non hanno permesso pienamente di poter capire qualcosa di più sulle giovanissime vite delle ragazze, ricche già di delusioni, furti, scippi, maltrattamenti e in qualche triste caso di abusi: ragazzine di 14, 15 anni con marito e figli ai quali non potevano non pensare continuamente.
Spesso mi sembrava dai loro volti che in quelle due ore si sentissero veramente delle ballerine alle prese con le prove di un balletto, concentrate sui passi e spesso desiderose di poter continuare questa esperienza anche una volta fuori dalle mura dell'istituto; ma purtroppo anche se l'insegnante riusciva a far credere loro che ciò fosse possibile il loro vissuto aveva già insegnato loro ciò che sarebbe rimasto solo un sogno. La lezione iniziava, come gli altri laboratori, con un breve circle time.
Alle ragazze veniva chiesto di valutare, con un punteggio da 1 a 10, il loro stato d'animo; le ho sempre sentito fornire punteggi alti.
Era proprio in questo frangente che lasciavano intuire qualcosa delle loro vite, c'era chi era arrabbiata col marito perché non le portava i figli a colloquio da più di tre settimane, o chi si lamentava che i genitori non si erano fatti vivi, e chi sorprendentemente ci confidava la sua disperazione dovuta al dover uscire il giorno dopo, perché certa che l'aspettava una vita abusata come quella vissuta fino al giorno in cui è entrata lì dentro.
Può sembrare paradossale sentir parlare del carcere come un posto dal quale non si vuol uscire ma questo ci dovrebbe far riflettere sul genere di vita che queste giovani ragazze sono costrette a subire; in carcere trascorrono si giornate lunghe e monotone ma comunque non devono rubare, scippare, elemosinare, amare qualcuno che detestano.
L'amore è una cosa che manca fra quelle mura, l'amore di un ragazzo, dei figli per chi già ne ha, di una famiglia. Poi c'è chi ha trovato l'amore proprio in carcere ma sa già che una volta fuori sarà impossibile portarlo avanti.
Purtroppo anche sulle braccia di queste ragazze è possibile intravedere tagli perché la loro sofferenza spesso è davvero grande e pesante per contenerla dentro.
Guardandole nella stanza ballare e svagarsi, risulta difficile immaginarle ferme ad un semaforo, o scappare dalle guardie dopo un furto o uno scippo, sembrano addirittura intimorite, indifese, e mentre le guardi speri che questo laboratorio lasci loro un segno positivo a cui pensare una volta uscite.

 

Laboratorio di Rap
Il rap nasce negli Usa dalla musica nera, agli inizi degli anni 80, conquistando le masse giovanili per l'originalità della sua formula che proietta in primo piano il testo (quasi parlato) rispetto alla base musicale.
Il linguaggio del rap è semplice, immediato, diretto.
I contenuti sono trasmessi in forma chiara, per questo motivo, la musica non deve sommergere il testo. La parte musicale, che pure ha la sua indiscutibile importanza, diventa colonna sonora rispetto al messaggio da esternare. Il linguaggio si può definire "di strada", popolare, a 360 gradi, quasi nato dai marciapiedi dove si eseguono le primissime esibizioni coreiche; i valori enunciati puntano all'universale.
Ho avuto modo di seguirlo solo una volta, il laboratorio di rap, ma mi è bastato per capire che i pochi ragazzi che lo seguivano lo facevano con un reale entusiasmo, trasportati anche dal loro docente, un vero esperto, che a sua volta ha un gruppo di musica rap.
Immagino che la bassa frequenza sia stata dettata anche dal fatto che in questo laboratorio bisogna realmente tirar fuori quello che si ha dentro, per veder nasce il testo di una canzone, ed anche in parte dal fatto che i cantanti maggiormente in voga tra i reclusi erano Gigi D'Alessio e uno sconosciuto, Gianni di Felice, famosi per le loro note più melodrammatiche.
I ragazzi che frequentavano il corso erano completamente catturati dall'euforia e dalla preparazione dell'insegnante, che procurava loro musica da ascoltare con i loro walkman, li informava sulle ultime novità degli artisti, sui loro video clip, e sulle loro vicende malavitose: credo che quasi tutti i ragazzi appassionati da questo genere di musica fossero un po' catturati dall'esempio di vite spericolate di questi rapper, noti al mondo intero per le loro vere e proprie faide.
Mi ha sorpreso comunque leggere testi che parlavano di amore, della malinconia per una persa libertà, della voglia di gridare una rabbia anche verso il mondo retto dall'illegalità.